Parliamo di Capitan Fortuna, scritto dal grande Rino Albertarelli, una avvincente saga a fumetti, ricca d'avventura e di fascino esotico, disegnata dal maestro cesenate in una serie di tavole al "tratto" che rimarrà impressa nella storia del fumetto italiano.
La Pellegrina, il vascello genovese al comando di Capitan Fortuna, solca le acque del pacifico meridionale quando, allo scorgere di una zattera alla deriva, decide di raccogliere il suo unico e stremato occupante. Questi una volta ripresosi, da innocuo naufrago si rivela essere il Capitano England, un diabolico pirata.
England fa ammutinare l'intero equipaggio de La Pellegrina e, fatto prigioniero il comandante del vascello, lascia ai destini dell'oceano capitan Fortuna, l'anziano Pappafico e il giovane Trinchetto. La saga è condita dalla presenza di Morena, una naufraga vestita di poveri stracci che Capitan Fortuna e i suoi incontrano su una misteriosa isola dopo un lungo vagare.
Non mancheranno, in onore ai modelli salgariani e verniani, colpi di scena, mostri preistorici e una apocalittica esplosione vulcanica che distruggerà l'intera isola. Più volte ristampata dall' Audace, questa versione (nelle edicole nel maggio 1942 con periodicità mensile indicata in prima di copertina) dal punto di vista collezionistico, fa parte di un numero che raccoglie i 3 episodi di Capitan Fortuna, pubblicati precedentemente sull' Audace nei numeri 393, 394 e 395, che sono in doppia numerazione. Quello che salta agli occhi è la pagina centrale a colori che troviamo nella copia del n. 1. Si tratta di un doppio foglio contenente 32 figurine dei vari personaggi Audace, ad ognuna delle quali è attribuito un punteggio (es. Morena 50 punti, Nostromo Pappafico 300 punti) che evidentemente dovevano essere ritagliate e successivamente applicate in qualche misterioso album dell'epoca, di cui, però, non abbiamo trovato traccia. (come al solito facciamo appello a chi avesse notizie in merito,- intanto ringraziamo Massimo Raggi per alcune precisazioni cronologiche-). Si potrebbe azzardare semplicemente che l'iniziativa editoriale dell'album non ebbe seguito, chissà, magari a causa dei difficili momenti di quegli anni. La guerra...
Aurelio Galleppini aveva quasi 60 anni quando nel 1976 realizzò la sua "Il Tesoro di Victorio" di Tex. Viene da domandarsi del perchè il maestro ebbe ad ispirarsi in maniera così vistosa a questa illustrazione (foto a sinistra). La somiglianza con la copertina del Tex (Gigante n° 192) è difatti davvero impressionante, laddove si pensi che anche i più piccoli particolari saranno ripresi dall'autore di Tex (vedi la scortecciatura delle colonne di legno sullo sfondo). Beh, la risposta sta nel fatto che non c'è stato un solo autore italiano del dopoguerra che non abbia preso dai grandi del fumetto e dell'illustrazione statunitensi, e quindi non c'è da meravigliarsi che la stessa cosa sia accaduta a Galep. Fosteriano e raymondiano "convinto" il Nostro non fece altro che seguire quello che i Toppi, gli Albertarelli, i Molino etc etc... già facevano in ante ed infraguerra e cioè ispirarsi ai modelli dei grandi maestri d'oltreoceano. Non saranno passate inosservate le cover texiane come "La Valle Tragica", pescata da Flash Gordon, "Vigilantes" suggerita dalla locandina di un film con Steve Mc Queen, e nemmeno cover successive a "Il Tesoro di Victorio" come "Trapper!" e "Requiem per una canaglia" riprese rispettivamente da una tempera servita per la cover di un libro di Luis L'amour e da una locandina di un film con Burt lancaster. 





